Monitoraggio inquinamento ambientale e campionatura amianto


L'amianto o asbesto è un minerale naturale caratterizzato da struttura microcristallina e aspetto fibroso, appartenente dal punto di vista della classificazione chimica alla classe dei silicati e alle serie mineralogiche del serpentino e degli anfiboli. Presente in natura in diverse parti del globo, l’amianto si ottiene facilmente dalla roccia madre tramite macinazione e arricchimento, che avvengono (o meglio avvenivano) solitamente in miniere a cielo aperto.

amianto.jpgamianto1.jpgamianto2.jpg

Grazie alla sua resistenza al calore e alla sua struttura fibrosa, l’amianto è stato utilizzato per anni nella produzione della famosa miscela cemento-amianto nota con il nome commerciale di Eternit per la coibentazione di edifici, tetti, navi, treni; inoltre l’amianto è stato largamente impiegato come materiale per l'edilizia, nella realizzazione di indumenti e tessuti a prova di fuoco come le tute dei vigili del fuoco, nella produzione di auto e persino come coadiuvante nella filtrazione dei vini. Una volta accertato che le polveri di amianto respirate sono responsabili di asbestosi, tumori della pleura, e carcinomi polmonari, l’uso di amianto è stato proibito in molti Paesi.

Teoricamente è sufficiente l'inalazione anche di una sola fibra di amianto ( si pensi che una fibra di amianto è 1300 volte più sottile di un capello umano) per causare patologie mortali, di conseguenza non esiste una soglia di rischio al di sotto della quale la concentrazione di fibre di amianto nell'aria non sia da considerarsi pericolosa. Ovviamente a maggiori esposizioni corrispondono probabilità esponenzialmente maggiori di contrarre tumori. L’amianto è dunque responsabile di situazioni estremamente gravi di inquinamento ambientale, su cui è sempre bene eseguire un monitoraggio rigoroso affidandosi a professionisti del monitoraggio inquinamento ambientale come i tecnici della VIELLE Acustica di Busto Arsizio, in provincia di Varese.

L’amianto e la legge italiana

Il bando dell’amianto in Italia risale al 1992, con l’approvazione della legge n. 257 del 1992 che ha stabilito termini e procedure per la dismissione delle attività inerenti estrazione e lavorazione di asbesto, e si è diffusamente occupata della tutela dei lavoratori esposti all'amianto, a cui è stata riconosciuta una rivalutazione contributiva del 50% ai fini pensionistici. A questa prima normativa ha fatto seguito il decreto interministeriale del 27 ottobre 2004, adottato ai sensi dell'art. 47 della legge n. 326 del 2003, che ha tra le altre cose ridotto la rivalutazione contributiva al 25%, limitando tale beneficio ai soli fini della misura della pensione e non più per la maturazione del diritto.

amianto.jpgamianto1.jpgamianto2.jpg

La bonifica e il monitoraggio dell’amianto


In caso di presenza di amianto, l’unico modo per ridurre l’inquinamento ambientale dell’area è procedere a bonifica, attraverso tre metodiche principali:

• la rimozione, cioè il procedimento più utilizzato, in quanto in grado di eliminare materialmente la fonte di rischio, escludendo la necessità di mettere in atto precauzioni per lo svolgimento di attività nell'edificio; tuttavia tale procedimento presenta elevati livelli di rischio dovuti all’esposizione dei lavoratori, e problematiche inerenti la produzione di contaminanti ambientali e rifiuti tossici e nocivi che devono essere smaltiti.

l’incapsulamento, cioè il trattamento dell’amianto con prodotti penetranti o ricoprenti, che costituiscono una pellicola di protezione sulla superficie esposta inglobando le fibre di amianto; questo procedimento presenta costi, tempi e rischi di intervento minori rispetto alla bonifica, e il non trascurabile vantaggio della mancata produzione di rifiuti tossici. L'unica cautela da attuare qualora si proceda a incapsulamento dell’amianto consiste in un serrato programma di monitoraggio e manutenzione, onde evitare l’alterarsi o il danneggiamento dell'incapsulamento.

• Il confinamento, ossia una metodologia di bonifica dell’asbesto consistente nell’installazione di barriere a tenuta in grado di dividere le aree utilizzate dai luoghi in cui è collocato l'amianto; al fine di evitare il rilascio di fibre nell’area, è fondamentale che il processo di isolamento sia accompagnato da un trattamento incapsulante. Anche in questo caso, i costi sono accessibili e la procedura non comporta la produzione di rifiuti tossici, ma è essenziale attenersi a un rigoroso programma di monitoraggio e manutenzione.

I tecnici dell’azienda VIELLE Acustica di Busto Arsizio possono intervenire per il monitoraggio dell’inquinamento ambientale da amianto attraverso il controllo dello stato di conservazione di coperture e manufatti in amianto, ai fini della valutazione dei rischi presenti nell’ambiente. I tecnici dell’azienda VIELLE Acustica sono in grado di procedere a:

amianto.jpgamianto1.jpgamianto2.jpg

determinazione della tipologia e del quantitativo di amianto presente in campioni massivi attraverso scansione diffrattometrica;

valutazione del degrado superficiale su prodotti amianto - cemento attraverso metodo pratico a strappo (UNI 10608:1997);

elaborazione di idonei algoritmi (es. Indice VERSAR, algoritmo regione Lombardia, etc…).

Per una più completa verifica dell’inquinamento ambientale, i tecnici dell’azienda VIELLE Acustica di Busto Arsizio (VA) effettuano anche controlli sull’amianto aerodisperso, verificando la concentrazione di fibre di amianto e di fibre similari aerodisperse indoor, presso ambienti di lavoro o in aree oggetto di bonifica. In particolare, il monitoraggio dell’inquinamento ambientale da amianto viene effettuato con:

• analisi mediante MOCF (microscopia ottica a contrasto di fase);

• analisi mediante SEM (microscopia elettronica a scansione).

Come si è visto, l’amianto presenta gravissimi rischi per la salute umana, pertanto è bene non sottovalutare l’ipotesi di inquinamento ambientale da amianto. Per il monitoraggio dell’inquinamento ambientale da amianto è consigliabile rivolgersi a tecnici esperti e qualificati in grado di adottare in tutta sicurezza le procedure previste per legge per il monitoraggio dell’inquinamento da amianto.

Nelle province di Milano, Varese (Busto Arsizio, Varese, Gallarate, Tradate, Somma Lombardo, Malnate, Saronno, Cassano Magnago, Samarate, Caronno Pertusella, Lonate Pozzolo, Sesto Calende, Cardano al Campo, Luino, Castellanza, Gerenzano, Vedano Olona, Marnate, Venegono Superiore, Vergiate, Gorla Minore, Castiglione Olona, Cislago, Arcisate, Gavirate, Besozzo, Laveno-Mombello, Uboldo, Induno Olona, Cairate, Origgio, Olgiate Olona, Fagnano Olona), e Monza e Brianza (Monza, Carate Brianza, Arcore, Bovisio-Masciago, Biassono, Bernareggio, Nova Milanese, Seveso, Cornate d'Adda, Cesano Maderno, Limbiate, Brugherio, Vimercate, Giussano, Muggiò, Meda, Usmate Velate, Besana in Brianza, Seregno, Lissone, Desio, Lentate sul Seveso, Concorezzo, Agrate Brianza, Villasanta, Varedo) è attiva VIELLE Acustica, un punto di riferimento per il monitoraggio dell’inquinamento ambientale e acustico.

Monitoraggio inquinamento ambientale e campionatura radon


Il radon è un gas nobile radioattivo che si forma per decadimento nucleare del radio, a sua volta generato dal decadimento dell'uranio. Il radon è un elemento chimico naturale incolore, inodore e insapore; inoltre è un gas, e come tale è libero di fuoriuscire dal terreno o dai materiali da costruzione, disperdendosi nell’aria o nell’acqua, perciò è particolarmente pericoloso per l’uomo in quanto ha una grande capacità di penetrazione e non può essere avvertito dai sensi.

Un altro elemento che lo rende particolarmente pericoloso, è il fatto che il radon è naturalmente presente in quantità variabile in tutta la crosta terrestre: la principale sorgente di radon è infatti il suolo. Il radon si trova nel terreno, nelle rocce nei materiali edili estratti da cave, derivanti da lavorazioni dei terreni o da rocce vulcaniche come il tufo.

amianto.jpgamianto1.jpgamianto2.jpgRadon 1.jpgradon.jpgradon2.jpg

Se nell’atmosfera il radon non è particolarmente pericoloso, negli ambienti chiusi invece lo è, in quanto i suoi prodotti di decadimento si attaccano al particolato dell’aria e poi si depositano sulle superfici. La maggior parte del radon inalata viene espirata prima che decada, ma una piccola parte si trasferisce comunque nei polmoni, nel sangue e di qui agli altri organi; inoltre i prodotti di decadimento del radon si attaccano alle pareti dell’apparato respiratorio, irraggiando le cellule bronchiali. Inoltre il radon è presente anche nell’acqua potabile con concentrazioni estremamente variabili, ma potrebbe causare esposizione dello stomaco a radiazioni ionizzanti.

In caso di inalazione, il radon potrebbe avere pesanti conseguenze sulla salute umana: si pensi che ad oggi è considerato la seconda causa di tumore ai polmoni dopo il fumo di sigaretta. Il radon è presente ovunque, con la differenza che in atmosfera difficilmente raggiunge concentrazioni elevate, in quanto si disperde rapidamente, mentre nei luoghi chiusi può raggiungere concentrazioni tali da rappresentare un pericolo.

Occorre fare attenzione soprattutto nei locali poco areati e a stretto contatto con il terreno, come cantine, seminterrati e garage, in quanto, a causa della sua natura volatile, il radon è in grado di penetrare dal terreno negli edifici contaminando i locali. Ecco perché è consigliabile eseguire operazioni di campionatura per valutare e monitorare lo stato dell’inquinamento da radon, misurato in Becquerel su metro cubo (Bq/ m3) all’interno di determinati ambienti. Infatti diversi studi hanno dimostrato che il rischio di contrarre il tumore al polmone è proporzionale alla concentrazione di radon nell’aria e al tempo trascorso in presenza del radon.

Il radon e la legge italiana ed europea


La normativa in materia di radon ad oggi include indicazioni per i luoghi di lavoro e le abitazioni. Non solo i singoli Paesi, ma la stessa Unione Europea e l’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno emanato diverse normative e raccomandazioni al fine di ridurre i livelli di concentrazione del radon al di sotto di determinati valori di riferimento, anche detti “livelli di azione”.

• Per quanto riguarda la presenza di radon nelle abitazioni:

La Commissione Europea ha pubblicato nel 1990 la Raccomandazione CEC 90/143, con cui si raccomandava un livello limite di riferimento di 400 Bq/m3 per le abitazioni, oltrepassato il quale si consigliavano azioni di rimedio tendenti a ridurre la concentrazione del radon. Tuttavia, a differenza di quanto è avvenuto in altri Paesi europei, l’Italia non ha recepito immediatamente questa raccomandazione, né ha ritenuto altrimenti intervenire per limitare la presenza di radon nelle abitazioni, anche se in alcuni casi i valori specificati dalla suddetta raccomandazione CEC 90/143 sono stati utilizzati come riferimento nella stesura del D.Lgs. 230/1995, emanato in attuazione di una serie di direttive Euratom, modificato dal D.Lgs. 241/2000 e dal D.Lgs 257/2001.

Nel 2009, in seguito a numerosi studi epidemiologici che hanno spinto a rivalutare il rischio di tumore al polmone conseguente all'esposizione al gas radon nelle abitazioni e alla pubblicazione del rapporto WHO Handbook on Indoor Radon: A Public Health Perspective dell'Oms, i livelli di riferimento raccomandati sono stati ridotti tra i 100 e i 300 Bq/m3. L’Europa ha recepito l’indicazione, e si appresta a introdurre un livello di riferimento non superiore 300 Bq/m3 nella direttiva europea in materia di radioprotezione prevista per il 2012, che l’Italia sarà obbligata a recepire. Pertanto il livello di riferimento 400 Bq/m3 è da considerarsi superato e, in assenza di una normativa nazionale, non può più essere preso come riferimento.

Anche l’Italia, come molti altri Paesi europei, avrà presto una specifica normativa nazionale sul radon nelle abitazioni, discendente dal recepimento della suddetta direttiva europea. La normativa nazionale di riferimento al momento include il Decreto Legislativo n°241 del 26/5/2000, entrato in vigore dal 1 gennaio 2001, che introduce per la prima volta in Italia una disciplina in materia di radioattività naturale, fissando un livello d’azione per i luoghi interrati uguale a 500 Bq/m3, e ingiungendo alle Regioni di individuare le aree ad elevato rischio radon (Prone areas) in cui l’obbligo della misura si estende anche ai locali non interrati, rendendo perciò necessario l’intervento di tecnici specializzati nel monitoraggio dell’inquinamento ambientale e nella campionatura di polveri, radon e amianto come quelli operanti per VIELLE Acustica, l’azienda situata a Busto Arsizio, in provincia di Varese, e attiva a Milano, Monza e in Brianza.

• Per quanto riguarda la presenza di radon negli ambienti di lavoro:

In tema di presenza di radon nelle abitazioni, il principale riferimento normativo per l’Italia ad oggi è ancora il Decreto legislativo 26/05/00 n. 241, che fissava il livello massimo tollerabile di presenza di radon a 500 Bq/m3, superato il quale si impone l’obbligo per il datore di lavoro di valutare la situazione e, ove necessario, intraprendere azioni di bonifica. La stessa legge impone l’obbligo ai datori di lavoro di misurare il radon in tutti luoghi di lavoro sotterranei e i locali interrati, in quanto la scarsa ventilazione favorisce l’accumulo di Radon.

Inoltre l’Accordo tra il Ministro della Sanità e le Regioni del 27 settembre 2001, emanato dalla Conferenza permanente Stato – Regioni, stabilisce le “Linee guida per la tutela e la promozione della salute negli ambienti confinati”, con grande attenzione al problema del radon, classificato tra gli elementi naturali di gruppo 1 con (massima evidenza di cancerogenicità).

• Per quanto riguarda la presenza di radon nell’acqua potabile:

L’Oms e la Commissione europea raccomandano l’intensificazione dei controlli in caso di concentrazione di radon nelle riserve di acqua potabile superiore ai 100 Bq/litro, a differenza di quanto sancito dalla Commissione europea, che raccomanda interventi immediati solo con concentrazioni superiori ai 1000 Bq/litro. Per quanto riguarda l’Italia, le raccomandazioni del Consiglio superiore di sanità sollecitano concentrazioni di radon nelle acque minerali e imbottigliate inferiori ai 100 Bq/litro (32 Bq/litro per acque destinate a bambini e lattanti).